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Interventions

Di: Stefano Santoni | 21/06/2016
Gli Horse Lords sono in quattro, vengono da Baltimora e con Interventions sono arrivati al loro terzo album in studio. La struttura è quella (quasi) classica di un gruppo rock, Owen Gardner (chitarra), Max Eilbacher (basso), Sam Haberman (batteria) e Andrew Bernstein (sax e percussioni), ma le finalità sono totalmente diverse. Gli Horse Lords agiscono come un malware che si annida nel cuore del rock, lo corrompe e lo muta in un'altra entità. Si potrebbe chiamare math rock, ma non ci sono equazioni ne spigoli, ci sono spirali di suono che vengono dagli studi musicali dei quattro. Tutti e quattro i componenti del gruppo hanno studiato classica contemporanea, in particolare Gardner suona il banjo ed è studioso di blues e folk africano della Mauritania, Eilbacher studia elettronica e suona il basso solo con gli Horse Lords, Bernstein ha studiato a lungo percussioni africane, mentre Haberman è l'elemento più prettamente rock e "selvaggio" del quartetto. Non è facile descrivere il suono di questi quattro hackers del rock, perché quello che esce fuori di solchi è di grande complessità, visto che coesistono complicate poliritmie, potenti soluzioni sperimentali, afrofuturismi suggestivi, e grooves minimalisti. Il manifesto sonoro del quartetto è subito evidente in "Truthers", con i suoi tempi spezzati e gli strumenti che si rincorrono incrociandosi in una studiata tensione ripetitiva e circolare. C'è un'energia che vibra sotto pelle, e che rimane forte nell'aria, grazie al suono deformato della chitarra (cui Gardner ha cambiato i tasti), all'incessante lavoro ritmico, e al sassofono che appare e scompare in una danza circolare che non lascia scampo. In "Encounter I / Transfinite Flow" è la chitarra ad creare una spirale elettrica sulla ritmica in loop, assecondata ed inseguita dal sassofono fino a quando Eilbacher non lascia il basso per dedicarsi in "Intervention I" ad uno studio di toni elettronici e di interferenze. Non sarà l'unico momento di pausa, visto che "Encounter II / Intervention II" è introdotta da field recordings ambientali prima di diventare un monologo del sassofono di Bernstein che soffia, sbuffa, soffre, allontana e avvicina il microfono, improvvisa fino a sfociare nella splendida "Time Slip", guidata con mano salda da una ritmica alt-funk e dalla solita chitarra circolare che nella successiva "Intervention III" arriva a mostrare con i suoi arpeggi e pennate tutte le sue affinità con il folk dell'ovest africano fino a quando i disturbi elettronici sotterrano il tutto. I due fulcri del disco sembrano essere "Toward the Omega Point" e "Bending to the Lash", le due più lunghe del lotto. La prima si snoda con una gran ritmica funk, sulle percussioni etniche riescono a sovrapporsi chitarra ed elettronica in un crescendo irresistibile, fino a quando (al minuto 6:21), i quattro spingono improvvisamente il piede sull'acceleratore, lasciandoci schiacciati sullo schienale per un finale da brivido tra ritmiche tribali e forsennate complessità poliritmiche. La seconda stupisce ancora per l'interplay tra i quattro, e per l'abilità nel costruire strutture mai banali e ricche di tensione emotiva, tra energia post-punk e suggestioni che sembrano arrivare dai territori abitati da sperimentatori come This Heat o Can. Chiude il tutto una "Never Ended" che parte e si chiude con pattern elettronici ma che in mezzo rivela field recordings delle proteste a Baltimora seguenti la morte di Freddie Gray, ragazzo di colore pestato a morte da sei poliziotti nell'Aprile del 2015. Tirando le somme e riprendendo fiato, direi che è un disco che si candida con autorevolezza a finire nella mia personale playlist di fine anno, per la fantasia ed originalità mostrata, per i molteplici ingredienti miscelati con perizia, e perché la loro sperimentazione non è mai astrusa e fine a se stessa, ma sempre viva e pulsante, anche se talvolta può risultare difficile da assimilare. Se cercate nuovi brividi, avete la curiosità di conoscere le modalità di corruzione del rock dall'interno ed avete bisogno di un suono nuovo da cui sarà difficile staccarsi, non perdetelo.
- Stefano Santoni

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