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Ignaibuqpatittuq

Immaginatevi i Borbetomagus che in preda ad un trip fuzz incontrano i Residents in versione sludge in compagnia degli Oingo Boingo imbevuti di Doom... Bene forse così avrete una prima e pallida idea della musica proposta dai MotorBrains. Terzetto di cui si sa poco o nulla, infatti le uniche informazioni che lasciano trapelare sono quelle di essere un trio con base in Alaska in quel di Eklutna. Ma nonostante la loro maniacale ossessione all'anonimato sono da anni un vero fenomeno di culto per tutta la scena Viking Metal americana. Ossessione che è arrivata a farli avere un sito Internet che altro non è che una pagina totalmente nera con un indirizzo che cambia di giorno in giorno, passando per esibizioni a sorpresa nei boschi della natia Alaska effettuate solo nelle notti di luna nuova, finendo con il rifiuto radicale (almeno fino ad oggi) di lasciare qualsiasi testimonianza audio o video della loro musica. Rifiuto che sembrerebbe, usiamo il condizionale, essere stato messo da parte con l'uscita di un lavoro discografico dal titolo: “Ignaibuqpatittuq” titolo che nella lingua dei nativi Inupiaq sta ad indicare lo scoccare del fulmine. Lavoro che in anteprima e solo per un ora nella notte del 30 marzo era disponibile sul sito della band. Lavoro che con gran tempismo ma sopratutto grazie ad una soffiata del Professor Clementi, siamo riusciti ad ottenere. Parafrasando il titolo il dobbiamo subito dire che il disco è davvero un fulmine a ciel sereno per tutta la scena alternative. In sei tracce di poco meno di un ora i MotorBrains ridisegnano e stravolgono tutti i cardini portanti del Drone Metal e del Metalcore, consegnando un lavoro con cui tutta la musica estrema del futuro dovrà fare i conti. Il lavoro inizia con l'esplosiva “Goats in my brain” in cui un riff alla Sonic Youth si alterna con una linea di basso ossessiva che gli attuali Gang of Four si sognano la notte, il tutto con la voce di Chevak che raggiunge vette inesplorate. Segue la sognante “Last dream I was an oak” dove ai riff si aggiungono i mood sludge oriented che ne disegnano quasi dieci minuti di pura poesia acida. Ma il vero picco del lavoro è la devastante “When I dream I sleep” pura potenza stoner mista a virtuosismi chitarristici degni dei migliori Bongzilla. Potremmo citare gemme come la quasi acustica “My friends are insane and dead” o la Flaming lips-Oriented: “Gimme your rubber I'm in a mud trip” per gridare al capolavoro o per fargli valere le cinque stellette pitchforkiane, ma faremmo torto a “Ignaibuqpatittuq” nel suo complesso, che in toto rappresenta una prima pietra miliare per il rock del nuovo decennio, il primo vero capolavoro degli anni 10.

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